giovedì 1 dicembre 2016

Trasmissione culturale



Il modo in cui noi accogliamo i neonati, noi collettività intendo, è il primo atto con cui trasmettiamo la nostra cultura alle generazioni future. E' l’impronta natale che doniamo ai nostri bambini.
I primi anni di vita sono i più importanti, ormai lo sappiamo. Ma lo sappiamo tutti che le prime ore sono le più importanti del tempo importante? Nei reparti maternità degli ospedali lo sappiamo tutti? 
A me pare che siamo duri di testa e continuiamo a non capire. La foto postata due giorni da Giuditta mi ha spinto a radunare questa galleria fotografica, che a guardarla si riceve un pugno allo stomaco. Guardiamo questi volti e questi corpi come guarderemmo volti e corpi di adulti, e chiediamoci se ne sopporteremmo la vista con il sorriso indulgente che spesso si ha davanti ai neonati.

Sì lo so, sono la prima a riconoscerlo, negli ospedali ci sono tante ostetriche sensibili e accoglienti, tanti medici amabili, tanti chirurghi attenti, tante infermiere che sanno illuminare la stanza con un sorriso. 
Ma quante continuano a essere le nascite contrassegnate da violenza? Basterebbe andare a leggere le testimonianze raccolte durante la campagna Basta Tacere e ora dall'Osservatorio sulla violenza ostetrica in Italia. 
Dovrebbe essere diverso.
La delicatezza e la cura delle nostre mani, la comprensione della fatica che hanno fatto le nostre creature nella loro prima grande prova, la compassione per il loro pianto.
L'attenzione a soddisfare i loro bisogni primari, evitando pratiche fastidiose, inutili, molto spesso solo dannose.
Il profondo rispetto per il loro corpicino inerme e delicato.

Quando mamma e neonato hanno avuto i loro bisogni soddisfatti, quando mamma e neonato sono stati rispettati e accolti, il parto e la nascita (stesso evento visto dai due punti di vista dei protagonisti) sono un bell'inizio per tutto. Non deve essere una questione di fortuna. 
Questa è la trasmissione culturale a cui dovremmo aspirare tutti, collettivamente. 






mercoledì 30 novembre 2016

Nascita senza violenza


Ieri ho scritto che Frédérick Leboyer lo aveva già detto nel 1974 meglio di chiunque altro.
Il suo Per una nascita senza violenza è stato e resta un evento epocale. Nessuno aveva mai avuto questo sguardo sulla creatura che viene alla luce, o almeno nessuno lo aveva mai saputo raccontare così al mondo. Gli dobbiamo molta gratitudine, e ne dobbiamo anche agli editori che lo hanno pubblicato.
Come fecero tanti in quegli anni, Frédérick andò in India, dove incontrò anche il guru Swami Prajnanpad. E come fecero tanti divenne un indiofilo, se così si può dire: si mise a fare yoga e a insegnarlo a quegli zucconi materialisti europei, tradusse i libri dei guru, ci insegnò l'arte di nutrire i piccoli con il massaggio, ci introdusse al Canto Carnatico in gravidanza. Probabilmente fumò anche dell'ottimo hashish.
Ispirò tante donne e tanti uomini, di sicuro ispirò Lorenzo Braibanti e forse anche Marsden Wagner.
Per una nascita senza violenza descrive una nascita rispettosa, corredata da commoventi fotografie, confrontandola con una nascita ospedaliera usuale, corredata da orripilanti fotografie.
Questa assenza di violenza prevede che il cordone ombelicale cessi di pulsare prima di essere tagliato; che dopo il parto il bambino sia adagiato sul ventre materno affinché continui a sentirne il calore ed il battito cardiaco; che bagnetto e procedure mediche siano ritardate; che le luci siano basse e i rumori ridotti al minimo. 

Scelsi anch'io, nel 1978, un ospedale che applicava il "metodo Leboyer" ma appunto applicava un metodo, in maniera asettica e senza alcun riguardo per i miei desideri, i miei bisogni e le mie manie. Scappai a gambe levate, ma questa è un'altra storia.
Leggo sul sito di Macrolibrarsi che Leboyer sostiene il diritto della madre a un “buon parto” e il diritto del bambino a una “buona nascita”. Il suo metodo offre prospettive di dolcezza e di gioia nel recupero del parto come momento di amore e non solo di efficientismo ospedaliero.
Ecco....no, con tutta la gratitudine per Leboyer, no caro Macrolibrarsi siamo seri. A Leboyer della madre non è mai importato granchè. La madre è tutta in funzione del figlio o della figlia, e anche in seguito, non solo al momento del parto. 
Lo sguardo severo di Frédérick è sempre stato decisamente misogino e moralista, a dirla tutta. Le sue parole sempre gonfie di paternalismo altezzoso e giudicante. Il patriarcato in  tutto il suo splendore.
Ma gli sono grata lo stesso, siamo esseri imperfetti.

martedì 29 novembre 2016

Il cacciatore e la preda



Giuditta Tornetta, per me cara amica e molto altro, ha pubblicato oggi questa foto trovata online. Ha scritto che odia quest'immagine.
Ha ragione, quest'immagine è orribile, la faccia della bambina esprime dolore, sofferenza, lo ha già descritto meglio di tutti e con minuzia Leboyer quarant'anni fa. E la donna la tiene come fosse un trofeo, con l'occhio che brilla di soddisfazione.
Bambina, ti stiamo accogliendo nel nostro mondo, perdonaci se non abbiamo saputo fare di meglio, se non abbiamo saputo rispettare il tuo corpicino, se ti abbiamo strattonato, se non abbiamo compassione del tuo pianto, se ti abbiamo allontanato con indifferenza dal corpo di tua madre, se ti teniamo come fossi una preda finalmente catturata, se non evitiamo di immortalarti in questo momento di dolore.
E' un'immagine così usuale che non ci si fa nemmeno caso, ma se quella non fosse una neonata, se fosse un'adulta nuda inerme, con quella stessa espressione sul viso e quel pianto, e qualcuno la tenesse da dietro in quel modo, con quello sguardo soddisfatto.... potremmo sopportarlo? Non ne sentiremmo tutta la violenza? E perchè, siccome è neonata, non ci si fa quasi caso?

Giuditta è doula, e ha scritto che queste immagini di violenza la feriscono, la scoraggiano le fanno venir voglia di lasciare la sua professione. Conto sia solo lo scoramento del momento, Giuditta!

lunedì 28 novembre 2016

Natale in famiglia


Ci siamo quasi, ancora due giorni e poi è dicembre.  
E con dicembre arriva il Natale, e personalmente lo aspetto con trepidazione e gioia, come ogni anno.
Natale, calendario dell'Avvento, albero addobbato e presepe.
Natale con le luminarie per le strade e  la frenesia degli acquisti,  con l’attesa di Babbo Natale, con il pranzo i torroni i Fichi Girotti e i panettoni. 
Natale, festa in cui si celebra una nascita.
Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi.
Natale, elogio della famiglia e degli affetti familiari. 

Ma la famiglia oggi cos’è? E’ vero, come dicono alcuni, che la famiglia è in crisi? O piuttosto quello che è in crisi è un certo modello familiare?
Come scriveva Emile Durkheim nel lontano 1888, “non esiste un modo di essere e di vivere che sia il migliore per tutti. La famiglia di oggi non è né più né meno perfetta di quella di una volta: è diversa, perché le circostanze sono diverse”.
Come ogni altro fenomeno umano, la famiglia non è un prodotto della natura ma della società. Il legame affettivo, l’amore e la cura sono quelli che oggi consideriamo i suoi fondamenti, che si declinano in tanti modi quanti sono gli individui.
I paladini della tradizione se ne facciano una ragione, le famiglie oggi sono molto diverse tra loro.  Sono diverse per composizione, per il modo in cui sono andate formandosi, per stili di vita e consuetudini.

Ci sono famiglie formate da mamma, papà e figli biologici.
Ci sono famiglie formate da mamma, papà e figli adottivi, che spesso arrivano da luoghi lontani e hanno già vissuto tanto.
Ci sono famiglie formate da genitori omosessuali, due mamme oppure due papà, vincolati dall’amore ma da pochi diritti.
Ci sono famiglie grandi, che includono, nel loro pensarsi famiglia, i nonni, i bisnonni e gli zii lontani.
Ce ne sono di ancora più grandi, che includono fratelli e sorelle con cui si condivide un solo genitore, e nuovi o vecchi compagni dei propri genitori.
Ci sono famiglie piccoline come nidi, mamma, papà e figlio unico.
Ci sono famiglie ancora più piccole, con un genitore solo, che in genere è la mamma.
Ci sono famiglie che vivono stabilmente sotto lo stesso tetto, ce ne sono altre in cui i componenti sono in continuo spostamento, da un posto all’altro.
Ci sono famiglie che si considerano porti di mare. Famiglie aperte, che accolgono bambini in affidamento e poi li lasciano andare per la loro strada.
Ci sono famiglie dove si parla una sola lingua, altre dove se ne parlano tre.
Ci sono famiglie dove si festeggia il Natale, altre dove si festeggia la fine del Ramadam, altre ancora dove si festeggiano solo i compleanni e Capodanno…. ma un po’ di Natale perché farselo mancare?
Ci sono famiglie pacifiche, ce ne sono altre che invece sono tumultuose.

Farne parte è un piacere, di certe famiglie. Di altre, è fonte di dolore. Più spesso, è fonte sia di piacere che di dolore.


Buon dicembre di preparativi a tutte e a tutti, grandi e piccini